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I Grateful Dead e “Dark star”: storia di una band e di una canzone leggendaria

Esce la ristampa del disco più amato della band californiana, "American beauty" - e contiene una "nuova" versione della canzone: storia del brano più leggendario e psichedelico di sempre

Prima dei Pearl Jam, prima di Springsteen e di molti “eroi” odierni del classic rock c’erano i Grateful Dead.

Fuori dall’America possono sembrare un fenomeno da fricchettoni californiani, ma hanno anticipato i tempi in termini di creatività e anche di modello di business, con idee innovative e ancora attuali.

È appena uscita la ristampa di “American beauty”, il capolavoro in studio di una band famosa soprattutto per i suoi concerti: come bonus nella versione in 3CD c’è la registrazione di uno show storico, quello del 18 febbraio 1971 a Port Chester, nello stato di New York.

La vera chicca è la presenza di una versione tra le più belle della loro canzone più leggendaria e misteriosa: “Dark star”.

I Grateful Dead e "Dark star": storia di una band e di una canzone leggendaria

I Grateful Dead sono stati attivi dal ’65 al ’95, anno in cui morì Jerry Garcia. In 30 anni hanno suonato più di 2350 concerti eseguendo più di 500 canzoni diverse, mai suonate due volte alla stessa maniera.

Di questi show, 2200 vennero registrati dalla band e dai fan, incitati dal gruppo a scambiarsi le cassette.

Una comunità che si è digitalizzata fin dagli albori della rete: su Internet Archive si trovano oltre 15.000 registrazioni in streaming/download: di ogni data esistono diverse versioni, la maggior parte direttamente da soundboard, e i fan si divertono a mixarle assieme per ottenere un suono diverso.

Dal 1991 i Dead pubblicano regolarmente ed ufficialmente registrazioni dal loro archivio.

Sono usciti oltre 150 album live, con un ritmo di 5-6 all’anno: la maggior parte viene messa in vendita direttamente ed esclusivamente su Dead.net (decine di migliaia di copie che di solito vanno esaurite in pochi giorni), quelle più importanti tramite Rhino, etichetta del gruppo Warner.

Nell’esate 2015 per la reunion per i 50 anni (con Trey Anastasio dei Phish al posto di Garcia) hanno tenuto 5 concerti con 360mila persone: furono i biglietti più ricercati dell’anno, e la band organizzò una diretta che tra webcast e cinema totalizzò altri 400 mila spettatori. I Dead & Co – una delle tante band nate dalle ceneri del gruppo con John Mayer alla voce e chitarra  – vendono regolarmente i loro webcast a migliaia di persone per ogni data.

Insomma i Dead sono un perfetto esempio di come una creatività estrema – mai fare un concerto uguale all’altro, mai suonare la canzone allo stesso modo – abbia creato una fan-base enorme e sia diventato un modello di business che molti imitano. Addirittura c’è chi ha scritto libri sul marketing e sul business – non solo quello musicale, proprio il marketing tout-court – usando i Grateful Dead come un modello che ha anticipato di decenni la cultura digitale.

E poi c’è “Dark star”. Molto più di una canzone, molto più dei Grateful Dead: il simbolo di un modo di fare e consumare la musica.

Venne incisa nel ’67: apparentemente una canzoncina di 2:40 che fu un flop clamoroso, un 45 giri da poche migliaia di copie.

Fu la prima collaborazione con il paroliere Robert Hunter, che scrisse un testo psichedelico e cosmico: neanche lui sapeva cosa volesse dire “Shall we go, you and I while we can/Through the transitive nightfall of diamonds?”. Suonava bene, e si adattava bene alla struttura musicale modale – quella di “Kind of blue” di Miles Davis e “A love supreme” di Coltrane, per intenderci – di Jerry Garcia. 

I Grateful Dead iniziarono a suonarla dal vivo, ad espanderla, ad usarla come base per improvvisazioni e sperimentazioni, con la chitarra di Garcia a tessere melodie, sostenuta dalla ritmica di Bob Weir e dal basso di Phil Lesh. Nel 1969 iniziò ad arrivare a durare anche 30 minuti, unendo rock, psichedelia, folk, jazz.

Divenne un mito proprio nel ’69 quando venne pubblicata nel primo disco dal vivo, quello che avrebbe consacrato la fama del gruppo: in “Live/Dead” occupava tutta una facciata, 23 minuti.

Nel corso della carriera della band è stata messa in scaletta oltre 200 volte, mai una versione uguale: venne sempre ristrutturata e destrutturata. 

Fino al ’74 venne suonata regolarmente arrivando a durare anche 50 minuti, poi scomparve dalle scalette: Garcia diceva che aveva detto e suonato tutto quello che poteva, in quel brano.

Ma a quel punto divenne ancora più leggendaria tra i fan, il “sacro graal” che si inseguiva ai concerti. Tra il ’75 e l’89 venne suonata solo 5 volte, per poi tornare in scaletta con regolarità, seppur poco frequente, negli ultimi anni della band.

Curiosamente quella di “Live/dead” sarebbe rimasta l’unica versione ufficiale dal vivo per oltre 20 anni, fino ai primi anni ’90, quando la band iniziò a pubblicare i primi concerti dagli archivi. Oggi ne esistono decine di versioni pubblicate ufficialmente, che si aggiungono alle centinaia ufficiose.

Fanatismo estremo, certo, come l’infinita discussione tra i Deadhead su quale sia la migliore versione.

Tra queste, sicuramente quella dell’agosto 1972 in Oregon, pubblicata qualche anno fa in “Sunshine daydream”, e quella del 1974 che la band suonò al Winterland il 18 ottobre: l’ultima prima di venire “ritirata”.

Pochi giorni fa su YouTube è stato pubblicato un video ufficiale e mai visto prima.

Una storia meravigliosa, oltre che una musica meravigliosa.


E poi c’è “Grayfolded” di John Oswald: un album estremo – il più “far out”, come direbbero i fan del gruppo – fatto di oltre 100 versioni del brano, rimontate assieme a comporre una suite di 2 ore; una delle cose più psichedeliche che potrete mai ascoltare.

Grayfolded” venne commissionato nel ‘94 da Phil Lesh, il bassista (e musicologo) del gruppo.

Oswald si rinchiuse negli archivi della band per un mese (allora pressoché tutti inediti), e se ne uscì con oltre 100 versioni, catalogate e poi rimontate assieme, “ripiegate”, l’una sull’altra, come sottolinea il titolo: una via di mezzo tra lo sperimentalismo rock, il free-jazz e una suite di musica classica fatta con le chitarre elettriche.

Quella del 18 febbraio 1971 contenuta in “American beauty” è una delle più leggendarie, appunto.

La band, come dicevamo, è nota soprattutto per i suoi concerti: i suoi album in studio hanno sempre avuto una fama controversa, derivata dalla (presunta) incapacità di cogliere l’energia e la libertà su palco. Nel 1970 però la band pubblicò due album perfetti in pochi mesi: “Workingman’s dead” e “American beauty”.

Due dischi diversi dal resto della produzione precedenti, dedicati alla forma-canzone classica, molto più acustici e con brani epocali come “Uncle’s John Band”, “Friend of the devil”, “Box of rain”, “Ripple” e “Truckin'”. 

Ma mentre in studio la band era più vicina al suono di colleghi come CSN&Y, sul palco continuava le sperimentazioni psichedeliche.

In quel concerto la band suonò per la prima volta diverse canzoni destinate a diventare leggendarie: “Bertha”, “Greatest Story Ever Told ”, “Loser,” “Playing in The Band” e “Wharf Rat”. Quest’ultima venne inserita in mezzo a “Dark star”, con una jam improvvisata di una bellezza totale.

Se siete arrivati fino in fondo a questa storia, magari continuerà a non fregarvene niente dei Grateful Dead, magari vi verrà voglia di ascoltare una versione  e vi stuferete dopo pochi minuti.

Ma se invece sono riuscito a farvi interessare a “Dark Star”, vi avviso: è una droga, nel senso che se vi iniziano a piacere queste melodie, queste improvvisazioni, allora non riuscirete a farne a meno. 

Poco per volta vi verrà voglia di ascoltare e riascoltare versioni diverse dopo versioni. Potete tranquillamente partire da quella della ristampa di “American beauty”.

Insomma, attenzione: “Dark star” può farvi farvi entrare in un buco nero di musica stupenda da cui è pressoché impossibile uscire. 

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