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Emergenza Coronavirus, il grido d’allarme delle indies: ‘Senza aiuto rischiamo di sparire’

Che il blocco alle attività non essenziali imposto dal governo italiano per arginare la diffusione del Coronavirus possa infliggere un colpo durissimo alla filiera creativa nazionale non è, purtroppo, una novità. Nel settore musicale, però, c’è chi rischia di pagare un conto più salato di altri quando la crisi generata dalla pandemia presenterà il conto: le etichette indipendenti.

Ne è convinto Dario Giovannini, direttore generale di Carosello Records e vicepresidente di PMI, associazione di categoria dei Produttori Musicali Indipendenti.

Il settore culturale in Italia è completamente fermo, e – in particolare – quello musicale è stato privato di tutti i suoi aspetti fondamentali, osserva Giovannini: Non sono un virologo, non mi permetto né di giudicare i provvedimenti adottati né di fare ipotesi sull’andamento di questa situazione, ma ho forti dubbi che a settembre potremo tornare in uno stadio per assistere a un concerto o a una partita.

E il protrarsi di questa condizione non farà altro che ingigantire il problema: gli artisti non possono andare in studio per registrare nuovi brani, i dischi e le canzoni non possono essere pubblicate, i video non possono essere girati e le operazioni promozionale che coinvolgono i fan come ascolti in anteprima e instore non possono avere luogo.

Un circolo vizioso, quello innescato dall’emergenza sanitaria, che per essere interrotto deve essere affrontato su più fronti, e soprattutto con l’aiuto delle istituzioni: L’industria musicale italiana non ha mai avuto facilitazioni dallo stato italiano, ma la situazione che stiamo vivendo da qualche settimana a questa parte è del tutto inedita, prosegue Giovannini, Il settore culturale italiano rischia di sparire se non verrà aiutato finanziariamente, e non solo per mezzo di provvedimenti come il bonus cultura o il recepimento immediato della direttiva europea sul copyright.

La discografia indipendente è il laboratorio dove nascono gli artisti che poi crescono e arrivano al grande pubblico: se il nostro comparto dovesse restare fermo sei mesi, perderemmo asset fondamentali, perché con il settore dei live bloccato si è quasi congelato, contestualmente, quello dei diritti d’autore e connessi.

In un paese civile la cultura è alla base di tutto: quando penso alla ricostruzione, so che da soli non potremmo farcela.

Non sono per l’assistenzialismo, sia chiaro, ma questo quadro è di una gravità unica, e solo il governo potrà metterci in condizione di continuare a creare cultura. Tutte le ricette che ho visto proporre a oggi sono concrete, ma da sole non bastano: ci vuole un massiccio impegno economico, che – magari – si concretizzi nell’erogazione di sussidi proporzionali ai fatturati relativi all’anno precedente.

Auspico, in ogni caso, l’apertura di un tavolo con il ministro Franceschini che coinvolga gli operatori del settore affinché venga vagliato il maggior numero di soluzioni possibili per venire in soccorso del settore. Perché in queste settimane anche lo streaming sta vivendo una contrazione: la somma di tutti gli aspetti di questa emergenza di restituisce un quadro quanto mai drammatico.

Non intervenire, secondo Giovannini, potrebbe significare creare gravissimi squilibri in grado di viziare il mercato non solo per il periodo immediatamente successivo alla crisi sanitaria, ma anche per gli anni a venire: Il rischio, quando si ripartirà, sarà quello di assistere a una partenza a due velocità, con da un lato le etichette indipendenti, che possono fare conto solo su capitali italiani, e dall’altro le major, che invece operano a livello internazionale.

Di ricette facili per sanare una situazione potenzialmente disastrosa, purtroppo, Giovannini non ne vede: Potrei dire al pubblico che, in questi giorni, dedicarsi alla ricerca di nuovi artisti italiani sulle piattaforme di streaming o compare vinili di cantanti e gruppi nostri connazionali possano essere delle forme di aiuto concrete alla discografia indipendente.

Azioni del genere, tuttavia, sarebbero dei booster in un contesto di mercato per lo meno ordinario. Oggi non è così: anche se, per assurdo, dovessimo risolvere in un giorno il problema del value gap, oggi comunque non basterebbe per alleviare la situazione.

Siamo di fronte a un calo del 70% del segmento di mercato, con una filiera da decine di migliaia di persone a rischio.

L’industria discografica non ha mai chiesto aiuto alle istituzioni, ma questa volta la posta in gioco è la nostra esistenza: lo stato italiano deve ascoltare il grido di aiuto dell’industria musicale indipendente.

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