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Clash, i 40 anni di “London Calling”: la storia di un album epocale

Una ricerca da parte del manager Johnny Green e del fidato drum tech di Topper, Barry “the Baker” Auguste, porta alla luce un posto vicino a Pimlico chiamato Vanilla Studios, una stanza lunga e scarna, un po’ fatiscente ma privata. Qui, a partire dal maggio del 1979, i Clash sondano il terreno suonando cover da tutto lo spettro del rock e, soprattutto, ben al di fuori dei loro standard sferraglianti, lasciandosi andare all’amore per reggae, ska e musica americana di tutti i generi. Così facendo, quasi abbandonano il punk.

Durante il tour degli States del 1979 dopo la realizzazione del disco, la band trae ulteriore ispirazione dalle provocatorie scelte dei gruppi spalla, tra cui artisti del calibro di Bo Diddley and the Undertones, oltre a Sam & Dave, Screamin’ Jay Hawkins, il sosia di Strummer Joe Ely, David Johansen (ex New York Dolls), gli outsider rockabilly The Cramps e altri punk locali.

I Clash rintracciano Guy Stevens in un pub e lo convincono a produrre il disco. Stevens è stato un influente DJ, scrittore, produttore e dirigente di una casa discografica negli anni Sessanta e Settanta, noto per la vasta conoscenza di R & B, blues e rock degli inizi. Ha prodotto Alex Harvey, Free, Spooky Tooth e Mott the Hoople, tra le band preferite di Mick. Ma la sua stella è tramontata a causa di droga e alcool e l’etichetta è diffidente.

Non stupisce che le sessioni, che cominciano presso i Wessex Studios nell’agosto 1979, siano complicate: Stevens è senza speranza e viene cacciato dopo le prime due settimane di stravaganze e presenza discontinua. Due anni dopo, morirà di overdose di un farmaco per curare l’alcolismo.

Nonostante il caos iniziale, “London Calling” verrà costruito in sessioni molto ispirate nel corso di cinque o sei settimane, con la band al lavoro diciotto ore al giorno verso la fine.

Non c’è nemmeno un brano punk sul disco doppio che ne risulta, ma ci sono reggae, bluebeat, soul, jazz in stile New Orleans, suoni alla Phil Spector, pop spudorato, dance, hard rock (raffinato), rock ’n’ roll anni Cinquanta e, dal punto di vista del testo, valanghe di immagini storiche, da quelle personali a quelle politiche e culturali.

London Calling rappresenta un cambiamento sconvolgente di identità artistica paragonabile a Bob Dylan che passa alla musica elettrica.

“London Calling” continua a essere lodato come uno dei più grandi album di tutti i tempi, finendo regolarmente tra i primi dieci nelle liste dei critici più esigenti. Con “London Calling”, non rimane nessuno—al di fuori dei punk della vecchia scuola—che potrebbe negare ai Clash l’etichetta di “the only band that matters.”

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