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Alanis Morrissette e i 25 anni di “Jagged little pill”

Torna, per la terza volta, uno dei dischi storici degli anni '90, in versione espansa con un concerto acustico

Per chi scrive i Khruangbin sono state una delle sorprese più piacevoli di questi ultimi anni.

Il terzetto di Houston nei due dischi precedenti ha proposto una miscela difficilmente classificabile, ma godibilissima, di psichedelia, funk, dub, r&b, desert rock, atmosfere thai e mille altri generi, riuscendo ad affascinare pubblici molto diversi tra loro.

La formula di soli pezzi strumentali però rischiava di essere un limite, cosi a inizio anno abbiamo salutato con entusiasmo l’ep Texas Sun, realizzato insieme all’ottimo cantante soul Leon Bridges, che aveva il solo difetto di durare troppo poco.

Dopo soli quattro mesi ecco che arriva il terzo disco ed era precisamente il disco che desideravamo (o, almeno, che desideravo).

In “Mordechai” i Khruangbin sono infatti riusciti a inserire il loro stile melting pot e l’atmosfera jam all’interno della forma canzone: solo una traccia (“Father Bird, Mother Bird”) è strumentale, tutto il resto è arricchito da cori e dalla voce dell’affascinante bassista Laura Lee Ochoa.

I due singoli già da soli sono un perfetto biglietto da visita del disco: “Time (you and I)”, è un gran pezzo disco che non può non far tornare in mente i Tom Tom Club, in cui la bassista invita a liberarci delle preoccupazioni e i giudizi dell’età adulta e riscoprire il mondo attraverso gli occhi di un bambino (“We can play like children play / We can say like children say.”), mentre “Pelota” è un pezzo giocoso a metà tra rock iraniano e cumbia afro-colombiana.

Ma anche il resto delle canzoni sono varie e freschissime: si passa dal funk-afro-pop di “So we don’t forget”, al reggae lento di “One to remember”, dalla jam thai di surf rock di “Connaissais de Face” alla sognante “First Class” che apre il disco e che prepara al volo (Khruangbin significa aeroplano in thailandese).

Ma più che le canzoni, quello che sorprende è l’attitudine e la chimica che c’è tra i tre componenti: il batterista (e tastierista) Daniel Dj Johnston che supporta le sinuose linee di basso di Laura Lee e l’ottimo chitarrista Mark Speer che con gran tocco riesce a mettere insieme tutti questi stili, senza particolari virtuosismi ma con grande raffinatezza e sensibilità di esecuzione.

Anche i testi sono pieni di immagini poetiche semplici ma estremamente efficaci, in pratica dei mantra che parlano di memoria, scoperta e accettazione.

Un disco che potrebbe piacevolmente sorprendervi e accompagnarvi in questa strana prossima estate.

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