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Neil Young “Hitchhiker”

Se c’è una caratteristica distintiva di Neil Young è quella di essere cocciuto come un mulo. Alla splendida età di settantadue anni è ancora un meraviglioso testardo sognatore che continua a prendere il suo lavoro di pancia lanciandosi in progetti sregolati, come la crociata contro la musica digitale o un intero album registrato in una sorta di cabina del telefono e combattere imperterrito le sue personali battaglie contro il male, oggi rappresentato delle nuove multinazionali, giusto per citare le ultime imprese. Un animo felice di seguire solo la propria linea, senza badare troppo alle forme e in grado di attraversare correnti e spinte artistiche diverse, dal quale sono usciti monumenti epocali, “Harvest”, “After the gold rush” o “On the beach” su tutti, ma che ha lasciato sul campo anche decine di nastri che per un motivo o per un altro non hanno più incontrato il suo favore, abbandonati così a un inesorabile destino di polvere e mistero.

Il vecchio Neil è così, se qualcosa non va per il verso giusto, allora non ci sono santi che tengano, neppure quando la sua musa gli offre uno dei migliori periodi creativi. È questo il caso di “Hitchhiker”, lavoro interamente acustico registrato nel 1976 e messo a decantare per quarant’anni prima di vedere la pubblicazione nella sua forma originale. Un album semplice e diretto, poco più di mezz’ora di musica registrata in sequenza: voce, chitarra, armonica e un paio di efficaci pause per qualche birra, della marijuana e un po’ di cocaina. Il risultato è asciutto, essenziale, ma assolutamente affascinante, con quella inconfondibile timbrica nasale sempre in primo piano. 

La storia del disco è raccontata dal suo stesso autore: un’unica sessione notturna agli Indigo Studios di Malibu con il produttore David Briggs, sotto l’influsso positivo della luna piena. Una singolare licantropia compositiva che ha portato rapidamente alla stesura di dieci brani country-folk, dal sapore vagamente lisigerico, piuttosto forti seppure non del tutto compiuti. Di questi, sono ben otto quelli poi inseriti in lavori successivi, come la ben nota “Pocahontas”, qui ripulita dalle sovraincisioni prodotte per “Rust never sleeps”, proprio come la resa lineare di “Powderfinger” e “Ride my llama”. “Campainer”, invece, diretta contro la politica ambigua dell’allora Presidente Nixon, ha trovato il suo posto in una versione leggermente differente nella raccolta “Decade” come perfetta canzone di protesta in un periodo di grandi cambiamenti sociali ma che per certi versi suona ancora drammaticamente attuale, mentre la storia dell’autostoppista della title track è arrivata al suo debutto solo con “Le noise” del 2010, in una caustica veste elettrica. In chiusura, la delicata “The old country waltz”, in seguito riarrangiata con i fidati Crazy Horse per l’apertura di “American stars n’ bars”, unica traccia in cui la chitarra cede il posto al pianoforte.

In scaletta infine compaiono anche due inediti, “Hawaii” e “Give me strength”, poco caratterizzanti ma assolutamente capaci di evocare lo spirito di quegli anni irrequieti e vagabondi. In sostanza “Hitchhiker” è un lavoro che riflette con forza la stagione irripetibile di una California antica e idealista, del tutto distante da quella che ci viene costantemente propinata oggi. Neil Young si concede a una visione diversa del proprio singolare universo musicale attraverso un album dimenticato nel suo turbolento passato, offrendo così al mondo un nuovo tassello della storia del cavallo pazzo di Winnipeg, che, all’epoca appena trentenne, poteva già vantare una carriera di prim’ordine.

“Hitchhiker” ha quel fascino tutto nostalgico di un ritorno a casa, di riappacificazione finale una volta esaurita l’onda lunga del veto. Difficile dire a posteriori del suo destino se fosse stata decisa una sorte diversa, ma, a ben vedere, lasciare che molte di queste canzoni avessero una vita al di fuori di un album a cui ha voltato le spalle è stata un’ennesima cocciuta ostinazione che ha finito per ripagare il tenace Neil. Quel che è certo è che sono davvero in pochi quelli che possono permettersi di chiudere lavori del genere nel cassetto così a lungo.

Curiosamente, inoltre, “Hitchhiker” esce a poca distanza dalla ristampa, per la prima volta su CD (un supporto che Mr. Young come noto non ha mai amato granché), di un altro tassello della sua vasta discografia, questa volta pubblicato a suo tempo ma ben presto dimenticato, ovvero “Time fades away” del 1973. Una miniera d’oro questi archivi, non c’è che dire.

TRACKLIST

01. Pocahontas – (03:27)
02. Powderfinger – (03:24)
03. Captain Kennedy – (02:51)
04. Hawaii – (02:52)
05. Give Me Strength – (03:40)
06. Ride My Llama – (01:49)
07. Hitchhiker – (04:37)
08. Campaigner – (04:20)
09. Human Highway – (03:16)
10. The Old Country Waltz – (03:38)

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