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Little Steven, il ritorno con “Soulfire”: “il mio disco della rinascita”

“Hello my friend, Little Steven here, are you ready”? La telefonata arriva da un numero di New York, la sera del venerdì santo. All’altro capo del telefono c’è Steven Van Zandt. Ci avevano avvisato che ama fare gli scherzi al telefono: invece chiama direttamente lui, solo con un po’ di ritardo sull’appuntamento. Ma appena senti quella risata inconfondibile gli perdoni qualsiasi cosa, anche non avere pubblicato album solisti per 17 anni. “Soulfire”, in uscita a maggio, arriva dopo “Born again savage” del 1989 e colma finalmente una doppia lacuna. Non solo quella discografica, ma anche quella della percezione del valore e dello spessore musicale del personaggio.

Little Steven potrebbe rischiare di passare solo per un simpatico cazzone, la spalla comica di Bruce Springsteen nei concerti con la E Street Band. Invece, come dimostra già il primo singolo, Steven Van Zandt non è solo un archivista ed un esperto di storia della musica, ma è un grande musicista, autore ed interprete. 

Negli anni ha curaro l’Underground Garage, un programma radiofonico dedicato al suo genere preferito; ha fondato un’etichetta, la Wicked cool, prodotto innumerevoli band e artisti, non ultima la grande Darlene Love: per tutti questi artisti ha anche scritto canzoni. Da questo repertorio, arrivano le canzoni di “Soulfire”.

“E’ il disco della mia rinascita”, dice con entusiasmo contagioso. “D’ora in poi non sarò solo più il chitarrista della E Street Band, il produttore o l’attore”, dice ricordando le sue recenti esperienze nei Soprano o in “Lilyhammer”. “Tornerò ad essere Little Steven il cantante, e organizzerò la mia vita in modo da alternare le mie attività. Tour d’estate, recitazione d’inverno, e andrò in tour con la mia band quando Bruce ci lascia liberi”.

Già, Bruce: togliamoci subito il dubbio: cosa ha detto? “E’ stato incoraggiante. E’ sempre stato un mio fan, mi ha sempre spinto a scrivere. Mi ha detto che la band era libera per il 2017, una volta finito il tour in Australia e Nuova Zelanda Ne ho approfittato: quando tu non vai in tour, ci vado io”. Ma sappiamo bene che le chiamate del Boss arrivano con poco preavviso. Cosa succederà la prossima volta? “Vero, ma di solito un paio di mes per organizzarci l’abbiamo sempre: alternerò le attività con la band e da solo, senza fare piani troppo . Per il 2018 non sappiamo ancora. Al momentp non credo sappia neanche lui quali sono i suoi piani”.

“Soulfire”, ci racconta quasi per caso: “Un invito al concerto per gli 80 anni di Bill Wyman, da un amico comune. Ho messo assieme una band per l’occasione, ho rivisitato il repertorio, ho imparato di nuovo le canzoni. E’ stato bello, e siamo andati dritti in studio, visto che c’era ancora qualche settimana prima della partenza del tour della E Street Band. Ho pensato che fosse meglio incidere quelle canzoni che avevamo già provato dal vivo, piuttosto che ripubblicare i vecchi dischi che non sono più disponibili, come avevo in programma”.

“Soul”, ci spiega, è la parola chiave: la band ha preso il nome di “Discepoli del soul”. “Ho deciso di tornare alle mie origini, alle canzoni che scrivevo negli anni ’70. Il sound della Jersey Shore era intriso di quel sound, quando lavoravo con Southside Johnny. I miei ultimi dischi erano anche troppo politici – ma queste canzoni sono state scritte per altre persone, e quando scrivo per altro per altri lo faccio in maniera più personale, meno esplicita. Ma quei brani hanno retto bene perché sono fuori dal tempo e oggi sono ancora più originali: quando le ho scritte, la Motown, la Stax, i Tempetions erano ancora recenti. Oggi suonano diverse da tutto quello che gira attorno. E’ stata un’esperienza più emozionante di quello che immaginavo, ma con gli anni sono migliorato come musicista, come produttore – e questo ovviamente si sente nel disco, ne sono certo”.

Il prossimo appuntamento è per il 4 luglio, al Pistoia Blues Festival. La Barley Arts di Claudio Trotta, storico promoter di Bruce, organizza tutto il tour europeo di Little Steven, non solo la data italiana: “Claudio è un amico di lunga data. E’ stato addirittura il mio promoter prima di esserlo di Bruce. Bruce mi chiese di lui e gli dissi che era un bravo ragazzo, affidabile. Questa volta è successo tutto in fretta, il business è cambiato molto da quando ero solista, e mi ha dato una grossa mano”. 

Qualche rimpianto, sugli anni passati, musicalmente: “Si, quello di non avere preso la mia carriera solista abbastanza sul serio. Non sono stato abbastanza continuo. Figurati che ho un manager adesso per la prima volta nella mia carriera, e l’assenza di qualcuno che al tempo mi desse una mano è uno dei motivi per cui ho abbandonato la carriera solista. Non sono un businessman, sono un musicista. E sono tornato per restare: credo che questo disco e questi concerti daranno una buona idea di chi sono oggi. Ci si divertirà, questo è certo, io per primo: non lascerò passare più troppo tempo tra un concerto e l’altro, tra un tour e l’altro”

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