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David Gilmour, lo storico ritorno a Pompei: la recensione del concerto

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Si fa spesso abuso della parola evento ma nel caso del ritorno di David Gilmour a Pompei il termine sembra quanto mai appropriato. Le esibizioni dei Pink Floyd nell’anfiteatro di Pompei nell’ottobre 1971, riprese magistralmente dal regista Adrian Maben e testimoniate dalla pellicola “Live at Pompeii”, sono entrate di diritto nella storia della musica contemporanea, amate da generazioni di fan che ne hanno decretato il successo planetario.

Per una serie di fortunati casi del destino, Maben è stato invitato a presentare la sua mostra dedicata al film dei Pink Floyd, inaugurata pochi giorni fa all’interno dell’anfiteatro, proprio mentre D’Alessandro e Galli, gli organizzatori del concerto di Gilmour, lavoravano in gran segreto al clamoroso ritorno del musicista nell’arena pompeiana. Ed eccoli lì, passato e futuro, ‘costretti’ aconvivere intrecciati indissolubilmente negli stessi scenari che resero magiche quelle riprese nell’autunno 1971.

Ieri sera, 7 luglio, seduto sulle millenarie gradinate del teatro romano dove aveva perduto nel 1971 il suo passaporto, Maben osservava incuriosito l’affascinante trasformazione dell’anfiteatro in un moderno spettacolo multimediale, in stile con le storiche presentazioni dei Pink Floyd.

Le quasi rudimentali apparecchiature della band dell’epoca, portate a spalla dagli eroici roadies, sono state sostituite oggi da un palco avveniristico e da una crew di diverse decine di professionisti. Non ci sono più le pesanti telecamere prese in prestito da Cinecittà ma moderne attrezzature di ripresa digitali e un drone che si muove nel cielo lento e silenzioso. Soprattutto non ci sono più i Pink Floyd ma il leader negli ultimi anni della loro storia, David Gilmour.

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Nelle ultime settimane circolavano sul web le voci più fantasiose, come il clamoroso ritorno di Nick Mason dietro i tamburi per almeno una canzone – “One Of These Days” – aspettativa che sembrava essere suffragata dalla scelta di Gilmour di includerla in scaletta già dal primo concerto in Polonia lo scorso 25 giugno. E poi i sogni, “Echoes” su tutti, richiesta insistentemente a gran voce dal pubblico per tutta la durata del concerto.

L’attesa tra i fan intorno al concerto di Gilmour era tangibile percorrendo le strade di Pompei. Alle cinque del mattino il primo fan si era sistemato davanti ai cancelli di porta Anfiteatro, pronto ad affrontare impavido nell’arsura estiva ben quattordici ore di attesa.Si è fatto notare con un grandissimo striscione un gruppo di appassionati arrivati a Pompei direttamente dal Cile e si mescolavano tra gli spettatori fan provenienti da ogni parte del mondo.

Quando alle 21 David Gilmour sale sul palco, seguito dai suoi musicisti, l’urlo del suo pubblico è liberatorio e scarica la tensione e le aspettative accumulate in queste settimane di passione. Già nei primi minuti si rivelano agli occhi del pubblico le meraviglie progettate da Marc Brickman, responsabile degli effetti luce del concerto, capace di trasformare gli spalti dell’anfiteatro in una vera e propria tavolozza sulla quale dipingere assoluti capolavori
cromatici. Sull’anello superiore dell’anfiteatro alle luci si affiancano in alcuni momenti alcuni fuochi che sembrano riportare l’orologio indietro di duemila anni.

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Gilmour e la sua band sono una vera e propria macchina da guerra che sta crescendo, man mano che il tour prosegue nel suo viaggio verso i cinque concerti di settembre alla Royal Albert Hall di Londra che chiuderanno il tour.
Inizialmente frenati dall’emozione e dalle tredici macchine da ripresa che stavano immortalando i loro movimenti, i musicisti si sono sciolti insieme al pubblico che si è appropriato dell’evento con applausi convinti e urla di approvazione.

Nella prima parte dello spettacolo si sono alternate ai brani del nuovo album di Gilmour “Rattle That Lock” anche alcuni classici dei Pink Floyd. Particolarmente sentita “Wish you were here”, cantata da tutti i presenti mentre alla fastidiosa luce delle centinaia di telefonini si è contrapposta anche quella di qualche accendino come tradizione nei concerti rock del passato. Durante l’esecuzione un fan nelle prime file alza al cielo il 33 giri del 1975, esibendolo agli occhi del chitarrista come se fosse una preziosa reliquia.

In scaletta una sorpresa, “The Great Gig In The Sky”, che era stata eseguita per l’ultima volta da Gilmour a Londra nel 2006. La presenza della voce maschile di Bryan Chambers, affiancato da Louise Clare Marshall e Lucy Jules, ha permesso una nuova rilettura del classico firmato dal compianto Richard Wright nel 1973, su cui i tre cantanti hanno tessuto un inedito arazzo vocale, mentre sullo schermo venivano proiettate le immagini delle onde marine del film “Crystal Voyager”, ereditate dagli spettacoli Pink Floyd. Il tributo a Wright continua con la canzone seguente, “A boat lies waiting”, con il pubblico che si emoziona nel momento in cui ascolta la voce del tastierista scomparso nel 2008.

Visivamente il concerto riserva una serie di sorprese, lasciando senza fiato per l’equilibrio con cui i moderni effetti visivi sono stati introdotti all’interno di uno dei più antichi teatri romani del mondo, rispettandone gli elementi architettonici e spesso valorizzandoli. I fari mobili posizionati in alto sul perimetro dell’anfiteatro, capaci di cambiare tonalità e direzione spostando il fascio luminoso verso il cielo o all’interno dell’arena, colorano di giallo oro le gradinate intorno al pubblico in occasione dell’esecuzione di “Money”, che conferma l’assoluta bravura del sassofonista brasiliano Joao Mello e la perfetta simbiosi tra Gilmour e il nuovo chitarrista Chester Kamen.

È Gilmour però a rubare la scena, continuando a macinare senza sosta una serie di assoli che evidenziano il suo particolare stato di grazia e che sorprendono anche l’ascoltatore più esigente. “High Hopes” è magia pura grazie al finale in cui la chitarra acustica dell’ex Pink Floyd regala i suoni più delicati che sembrano volare nell’aria intorno a lui.

Quando il chitarrista scende dal palco per i canonici quindici minuti di pausa, ad aspettarlo la sua consorte Polly Samson con sorrisi di approvazione e un bacio che ripeterà qualche minuto dopo prima che l’artista salga sul palco per proseguire il concerto.

La vera sorpresa è riservata all’inizio del secondo set, quando risuonano le prime note di “One of these days” accolte da un boato dai presenti, un connubio di luci e suoni che esplode in una tarantella rock, mentre sullo schermo viene proiettato lo storico filmato promozionale realizzato da Ian Emes nel 1973.

La successiva “Shine On You Crazy Diamond” è un tributo a Syd Barrett a dieci anni esatti dalla sua scomparsa. Molte lacrime tra i presenti, diverse magliette dedicate a lui e tanta emozione nel ricordo del ‘diamante pazzo’ che fu l’anima dei primi Pink Floyd. Un nuovo prodigio chitarristico in occasione di “Fat old sun” e il concerto prosegue fino al finale pirotecnico di “Run like hell”, quando sull’estremità dell’arena una serie di fuochi d’artificio infiammano il pubblico in pieno delirio floydiano. Recuperando una tradizione consolidata durante il tour del 1994, l’ottimo bassista Guy Pratt sostituisce la parola ‘London’ sul finale del testo della canzone inserendo quello della città in cui si stanno esibendo, dunque Pompei.

I bis sono d’obbligo e la canzone che chiude il concerto è l’immancabile capolavoro “Comfortably numb”, vera e propria summa della bravura esecutiva di David Gilmour. I laser illuminano l’anfiteatro e il pubblico è in pieno delirio, con scene di air guitar e braccia protese al cielo quasi a voler toccare da lontano la sagoma del chitarrista.

A mezzanotte tutti a casa. Il sogno si è avverato e come spesso accade molti sono soddisfatti ma si vedono uscire dall’arena anche persone con espressione perplessa. I ricordi di questo concerto, che i presenti si portano a casa catturati dai loro occhi ma anche dagli immancabili smartphone, saranno rinverditi a breve dall’immancabile
dvd atteso alla fine del tour che permetterà al mondo di poter assistere in poltrona e su impianti sonori adeguati, uno concerto al quale questa volta il termine storico sembra calzare assolutamente a pennello.

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