SANTANA – Africa speaks

Scritto da in Giugno 8, 2019

“Ogni singola cosa è stata concepita qui in Africa, la culla della civiltà”, recita Carlos Santana nell’apertura di “Africa speaks”. La frase è la porta d’ingresso a un disco in cui il chitarrista mescola la musica africana a latin rock, rock-blues, funk, fusion, vecchia psichedelia. Pur non contenendo canzoni memorabili, né invenzioni fuori dall’ordinario, l’album convince per la forza delle performance, la carica ritmica, la furia gioiosa. Senza fare alcunché, o almeno così parrebbe, il produttore Rick Rubin restituisce al pubblico un Carlos Santana meno piacione e forzatamente seduttivo di quello dei progetti all-star.

“Africa speaks” è anzitutto un disco dei Santana, band che oggi comprende membri della formazione anni ’90 come il basista Benny Rietveld e il percussionista Karl Perazzo, e poi la moglie del chitarrista Cindy Blackman alla batteria, il tastierista David K. Mathews, il chitarrista Tommy Anthony. I cantanti Andy Vargas e Ray Greene sono impegnati ai cori giacché la voce solista è quella di Buika, cantante nata a Maiorca da genitori della Guinea Equatoriale, già vincitrice di un Latin Grammy. Ha un modo di cantare appassionato, potente e duttile, e un timbro ghiaioso e grezzo, quasi mascolino, per niente irregimentato dalle leggi del pop, perfetto per un disco intenso che si rifà alla psichedelica latin rock degli anni d’oro.

Cantato per lo più in lingua spagnola, registrato nell’arco di una decina di giorni, “Africa speaks” è un lavoro esuberante e colorato che comincia con il rito propiziatorio della title track e continua per un’altra oretta in un trionfo di acuti chitarristici, corse sull’Hammond, tappeti di congas, grandi performance vocali. È uno sforzo collettivo. Santana cava dalla chitarra il suo timbro caratteristico e centra frasi melodiche notevoli anche se gli assoli che entrano nella memoria e nella storia appartengono fatalmente al passato. Si circonda di vari co-autori, fra cui la stessa Buika per i testi, adatta “Abatina” di Calypso Rose scritta fra gli altri da Manu Chao e la trasforma in “Breaking down the door”, una cumbia con ospite il figlio Salvador e Ray Greene al trombone. E qua e là cita pure sé stesso, perché no.

E ancora, dà voce agli “invisibili” della nostra società in “Los invisibles” basata su “Berra berra” di Rachid Taha, Parte per la tangente con assoli sorretti dall’energia inesauribile delle congas di Perazzo e della batteria della moglie, ospita Laura Mvula alla voce in “Blue skies”, una delle due canzoni in lingua inglese, una sorta di rito magico jazzato lungo 9 minuti. Gioca col funk in “Paraisos quemados” con l’aiuto di Rietveld, altro eccellente co-protagonista del disco, e piazza una canzone come “Yo me lo merezco” che inizia come una cosa dei Pearl Jam e finisce con un assolone d’altri tempi di 3 minuti. Santana si mette alle spalle, insomma, le sue cose più pop e ammiccanti per incidere musiche radicate nella storia, ma non caricaturali, un disco magari non sorprendente, ma appassionato e ruvido e riuscito.

 

TRACKLIST
01. Africa Speaks – (04:47)
02. Batonga – (05:43)
03. Oye Este Mi Canto – (05:58)
04. Yo Me Lo Merezco – (06:12)
05. Blue Skies – (09:08)
06. Paraísos Quemados – (05:59)
07. Breaking Down The Door – (04:30)
08. Los Invisibles – (05:54)
09. Luna Hechicera – (04:47)
10. Bembele – (05:51)
11. Candombe Cumbele – (05:36)

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